Consumo di suolo: in Italia si perdono 70 ettari al giorno
Presentato dall’Ispra il nuovo report sul consumo di suolo, un
fattore di rischio molto importante per il territorio italiano,
particolarmente vulnerabile ad una numerosa serie di minacce causate
proprio da questo processo di degrado. Pericolose conseguenze del
consumo di suolo possono essere, infatti, fenomeni quali l’erosione, la
diminuzione di materia organica (perdita di fertilità), la
contaminazione locale o diffusa, l’impermeabilizzazione (ovvero la
copertura permanente di parte del terreno e del relativo suolo con
materiale artificiale non permeabile), la compattazione, la perdita
della biodiversità, la salinizzazione, frane, alluvioni e la
desertificazione, ultima fase del degrado del suolo.
In virtù dell’importanza del suolo e della sua tutela nel nostro
Paese, il report dell’Ispra ci offre uno scenario di dati a dir poco
preoccupante: la ricostruzione dell’andamento del consumo di suolo in
Italia dal secondo dopoguerra ad oggi, infatti, mostra una crescita
giornaliera del fenomeno che continua a mantenersi intorno ai 70 ettari
al giorno, con oscillazioni marginali nel corso degli ultimi venti anni.
Si tratta di un consumo di suolo pari a circa 8 metri quadrati al
secondo che continua a coprire, ininterrottamente, notte e giorno, il
nostro territorio con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e
strade, a causa dell’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità,
di infrastrutture, di insediamenti commerciali, produttivi e di
servizio, e con la conseguente perdita di aree aperte naturali o
agricole.
A livello nazionale, la perdita complessiva di suolo è passata dal
2,9 per cento degli anni ’50 al 7,3 per cento del 2012, con un
incremento di più di 4 punti percentuali ed in termini assoluti, si
stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai quasi 22.000
chilometri quadrati del nostro territorio.
Questi dati appaiono particolarmente preoccupanti proprio in funzione
dell’importanza del suolo, che, ricordiamo, specie in un paese dalle
connotazioni orografiche come il nostro, risiede nel fatto che si tratta
di una risorsa naturale limitata, di fatto non rinnovabile, necessaria
non solo per la produzione alimentare e per il supporto alle attività
umane, ma anche per la chiusura dei cicli degli elementi nutritivi e per
l’equilibrio della biosfera. E’ dal suolo, infatti, che ci arrivano
cibo, biomassa e materie prime, ma questa risorsa funge anche da
piattaforma per lo svolgimento delle attività umane, oltre a costituire
un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale e a svolgere un
ruolo fondamentale come habitat e come riserva di patrimonio genetico.
Il suo deterioramento, quindi, deve essere evitato ad ogni costo, in
quanto comporta ripercussioni dirette ed irreversibili sulla qualità
delle acque e dell’aria, sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici,
ma può anche incidere sulla salute umana e mettere in pericolo la
sicurezza dei prodotti alimentari.
Per l’importanza che riveste sotto il profilo socioeconomico e
ambientale, quindi, il suolo e le sue funzioni devono essere tutelate
rispetto a gravi processi degradativi causati, ad esempio, dall’errata
gestione delle dinamiche insediative, dalle variazioni d’uso e dagli
effetti locali dei cambiamenti ambientali globali, così come dalle
scorrette pratiche agricole.
Tornando ai numerosi ed interessanti dati contenuti nel report Ispra,
prendendo in esame le ripartizioni geografiche, i valori percentuali di
consumo di suolo più elevati si registrano nel Nord Italia. Ma, mentre
nelle regioni del Nord-Ovest assistiamo ad una fase di rallentamento
della crescita, nel Triveneto e in Emilia Romagna si mantiene un tasso
di consumo di suolo elevato, dovuto principalmente alla continua
diffusione urbana che si riscontra nella pianura padano-veneta. Se negli
anni ’50 il Centro e il Sud Italia mostrano percentuali di suolo
consumato simili, successivamente il Centro si distacca con valori in
netta crescita, raggiungendo i valori medi nazionali che, nel complesso,
presentano un andamento piuttosto omogeneo. I dati del 2012 ci
confermano che in 15 regioni viene superato il 5 per cento di suolo
consumato, con le percentuali più elevate in Lombardia e in Veneto
(oltre il 10 per cento), seguite da Emilia Romagna, Lazio, Campania,
Puglia e Sicilia, dove troviamo valori compresi tra l’8 e il 10 per
cento.
Ma quali sono le diverse tipologie di copertura artificiale che
devono essere considerate come principali cause di consumo di suolo? La
classifica vede in testa le infrastrutture di trasporto, che
rappresentano ben il 47 per cento del totale (28 per cento dovuto a
strade asfaltate e ferrovie, 19 per cento dovuto a strade sterrate e
altre infrastrutture di trasporto secondarie), seguono le aree coperte
da edifici, che costituiscono il 30 per cento del totale del suolo
consumato. Altre superfici asfaltate o fortemente compattate o scavate,
come parcheggi, piazzali, cantieri, discariche o aree estrattive,
costituiscono il 14 per cento del suolo consumato.
Il rapporto Ispra, inoltre, analizza anche la distribuzione spaziale del
consumo di suolo, in base alla localizzazione in area urbana o
agricola, all’altitudine, alla distanza dalla costa.
Per quanto riguarda le aree agricole è certo che il consumo di suolo
si accompagna nel nostro Paese alla perdita di ampie aree vocate
all’agricoltura, in particolare nelle zone circostanti le aree urbane.
I dati specifici relativi al consumo di suolo agricolo vengono
evidenziati nell’ambito di uno spaccato del consumo di suolo per classe
di uso che il report Ispra non manca di analizzare. Incrociando numerose
fonti di dati, infatti, si giunge a stimare che il consumo di suolo è
aumentato in tutte le principali categorie (aree urbane, aree agricole,
aree boscate e semi-naturali, zone umide e corpi idrici), anche se con
tassi di crescita differenti e che nelle aree agricole si è passati
complessivamente dal 7,9 per cento di suolo consumato nel 1990 al 9 per
cento nel 2006.
Le categorie a vocazione agricola più colpite risultano essere le
coltivazioni permanenti, i seminativi in aree non irrigue, i prati
stabili e le zone agricole eterogenee (dove nel 2006 il suolo consumato è
pari rispettivamente al 9 per cento, 7,9 per cento, 7,1 per cento, 11,3
per cento). Il consumo di suolo nelle aree boscate e negli ambienti
semi-naturali, nel complesso, aumenta più lievemente nel tempo, passando
dal 2,1 per cento nel 1990 al 2,2 per cento nel 2006.
Interessanti anche le elaborazioni contenute nel rapporto (a cui si
rimanda per maggiori approfondimenti) relative al consumo di suolo nella
fascia compresa entro i 10 km dalla costa, nell’ambito della
suddivisione tra pianura, collina e montagna, così come per le classi
d’uso del suolo relative alle aree urbane, alle aree sportive e
ricreative ed in aree particolarmente vulnerabili come quelle relative
alla categoria “spiagge, dune, sabbie”.
Per quanto riguarda i dati sull’uso del suolo a livello nazionale, il
rapporto, inoltre, sottolinea come l’urbanizzazione degli ultimi 20
anni nel nostro Paese sia avvenuta a discapito principalmente dei suoli
agricoli. Dal 1990 al 2008, in particolare, sono stati destinati a nuovo
uso 12.626 km2 di territorio agricolo per far posto ad aree urbane e in
minor parte ad aree forestali.
Altre considerazioni utili potrebbero essere fatte a riguardo di un
altro fattore di consumo di suolo, annoverato nel report con la
denominazione di “sprawl” urbano” e cioè la diffusione di insediamenti a
bassa densità dal centro urbano verso l’esterno. Si tratta di un
espansione delle superfici impermeabilizzate, da attribuire in gran
parte ad uno sviluppo urbano pianificato non adeguatamente, che si
manifesta nella frangia urbana e peri-urbana di molte importanti città
come una commistione di tipologie di uso del suolo.
Nonostante la denominazione anglosassone del fenomeno, infatti, anche
nella regione mediterranea molte aree urbane hanno progressivamente
perso la loro storica compattezza evolvendo verso un assetto più
diffuso, a causa di una mutata forma dell’espansione degli insediamenti
residenziali e commerciali, e delle infrastrutture collegate. Ciò, in
particolare, ha prodotto un sottile processo di semplificazione e
impoverimento del paesaggio rurale, dovuto alla riduzione o scomparsa
delle aree boscate, dei seminativi e dei vigneti, oltre a maggiori costi
pubblici associati alla mobilità e alla fornitura e alla gestione delle
opere di urbanizzazione primaria e secondaria.
Lo sprawl urbano, quindi, tende ad eliminare la distinzione tra città
e campagna, compromettendo sia la produttività e la valenza agricola
che le caratteristiche naturali dell’area interessata, con elevati costi
sociali, economici ed ambientali causati dalla perdita dell’originaria
destinazione d’uso del suolo.
Il report Ispra, a cui va anche il merito di aver saputo coniugare un
livello di dettaglio tecnico elevato con un linguaggio comprensibile
anche ai non addetti ai lavori, prosegue con interessanti indicazioni e
dati sull’impermeabilizzazione dei suoli e sulle modalità con cui questo
fenomeno caratterizza le principali città italiane, concludendosi con
un confronto della situazione italiana con quella di altri paesi
europei.